Il Natale Civile

Di solito, quando arriva il giorno, mi alzo presto. Mi faccio la barba e la doccia. Mi sistemo i capelli, mi vesto per bene. Clima permettendo, in giacca e cravatta. La cravatta sempre e comunque. Quando sono pronto, esco di casa.

Con calma mi avvio verso la scuola elementare, che ho anche frequentato tanti anni fa. Scale, ingresso, ancora scale nell’atrio e prima dei gradini che portano al piano di sopra si entra nell’ampio corridio a sinistra. Aspetto, chiaccerando con gli altri, del più o del meno, o più probabilmente, del motivo per cui sono li.

Quando è il mio turno, entro e fornisco le mie generalità. Ricevo in cambio dei pezzi da carta e una matita. Entro in uno stretto loculo, tirando la tenda dietro di me. Leggo con attenzione i pezzi di carta. Mi prendo un secondo e rifletto, ricontrollo, per essere sicuro. Traccio un segno con la matita. Una semplice X, il più delle volte. Ripiego le carte ammodo ed esco, con il fare soddisfatto di chi ha fatto qualcosa di importante. Pochi passi e finalmente inserisco, con molta attenzione, le schede nelle rispettive urne. AH! Finalmente! Alleluja! Anche questa è fatta: a prescindere dal risultato, sono riuscito a dire la mia nel modo che conta di più!

Non sono una persona molto religiosa. Non credo a Dio. Credo alle persone. In un certo senso sono loro il mio Dio. Qualcosa che in modi imperscrutabili influenza il mio destino, nel bene e nel male. Ma anche qualcosa della quale, in un modo o nell’altro, sento di fare parte, insieme alle persone a tengo. Quindi qualcosa da proteggere e da servire, come una famiglia un po’ allargata della quale bisogna occuparsi. Ci sono molti modi per farlo, ma il gesto più simbolico e allo stesso tempo utile, è prendere decisioni. O meglio, partecipare alle decisioni prese nell’interesse di tutti. In altre parole votare. L’unico momento in cui si può veramente decidere qualcosa. Per me, per via di quello in cui credo, è qualcosa di sacro. Qualcosa di prezioso. A prescindere dalle possibilità che la mia opinione prevalga. Ho sempre votato con la stessa soddisfazione, anche quando ero certo che il mio voto non sarebbe servito a molto. Perchè per me, davvero, è il momento più sacro della mia vita civile.

Ormai mancano pochi giorni al Referendum. Il toto-quorum è al massimo. C’è chi dice si, c’è chi dice no. Ma il problema, ai fini del quorum, è chi dice “non ci vado” o peggio ancora “rifiuto la scheda”. Atteggiamento peraltro incoraggiato da una alcuni.

Non voglio parlare di quanto sia deplorevole che alcune istituzioni affermino che non andranno a votare. O di quanto sia deplorevole che altre istituzioni abbiano tentato (e abbiano fallito, per fortuna) di sabotare il voto. Non voglio neanche parlare di quanto sia meschino non votare sapendo che la maggioranza delle persone la pensa diversamente e sperando in questo modo di impedire il raggiungimento del quorum. Il punto è che quest’ultimo discorso è fin troppo facile. La naturale risposta è: cosa faresti tu al posto loro?

Per questo ho cercato di spiegare perché, al posto loro, io andrei a votare comunque. Poi, chiaramente, potete crederci o no. Mi sono trovato in situazioni simili ma mai in questa. Ma d’altro canto, non è certo colpa mia se da destra non vengono mai proposti referendum. A pensarci, è ironico, sono sempre li a dire di essere stati eletti dal popolo, di essere amati dal popolo, eppure sono sempre i più restii ad interrogarlo, il popolo!

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~ di Gray su giugno 9, 2011.

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