Riflessioni in ordine sparso sulla mostra di De André

Le foto pubblicate sono una gentile cortesia di Vide83

La prima cosa che ho pensato è la stessa cosa che penso quando di solito si parla di lui. Cosa ne avrebbe detto lui, così anti-divo e schivo per natura, di una mostra su Fabrizio De André? Probabilmente sarebbe stato imbarazzato dalla sola idea. Beh, si, probabilmente sono presuntuoso a credere di sapere cosa avrebbe pensato ma nell’assurdo mondo in cui viviamo una persona che non si conosce affatto può influenzare molto la propria vita. E così è stato per me e per lui. Mi ha insegnato molto, e continua a farlo senza aver mai saputo della mia esistenza. E spesso mi manca il suo punto di vista sulle cose e mi chiedo cosa direbbe lui. E lui, lui che prudenzialmente si definiva cantautore anziché poeta, lui che, in un certo senso, aveva fatto il cantante, l’artista per poter fuggire le responsabilità di un lavoro, una famiglia ed una vita normale, lui che a volte fuggiva anche dal suo ruolo di artista, quando gli veniva imposto dagli altri, beh, lui probabilmente non sarebbe stato a suo agio sapendo di una mostra su di sé. Questo pensavo, mentre guardavo la mostra. Soprattutto poi, immagino, non sarebbe stato affatto a suo agio a sapere che alcuni suoi pezzi di vita privata erano li, esposti a tutti: non solo note sulle sue canzoni ma lettere, dediche e persino biglietti dei genitori e pagelle di scuola. “No, no – pensavo mentre guardavo le sue foto da ragazzo – questo a lui non piacerebbe!”

Comunque devo dire la verità: non mi aspettavo che ci fosse tanta gente. E non mi aspettavo neanche che ci fosse così tanta gente giovane. Le età dei visitatori a occhio e croce variavano tra i 7 e i 70 anni ma i più erano ragazzi sulla ventina o poco più. E io che pensavo che non piacesse ai giovani. Che magari non era conosciuto. E invece … in ogni caso è molto ironico. Fare il cantante per sfuggire alle regole della società, per sfuggire alle responsabilità di una vita normale per poi trovarsi sulle spalle la responsabilità di contribuire alla formazione morale e culturale di intere generazioni, anche dopo la morte.
Eppure, sapete, ad un certo punto mi sono un po’ ricreduto sulla mostra. E’ stato quando ho visto una ragazza, da sola, nella penombra, recitare sottovoce le parole di una sua canzone mentre gli occhi le si appannavano. Ecco, si, le persone e le loro emozioni. Forse questo gli sarebbe piaciuto. Forse, se fosse stato li, avrebbe voluto vedere che gente c’era e cosa stava provando. E magari avrebbe voluto parlarci. Conoscerla. Non come un “incontro col pubblico”, no, io me lo immagino li, nella penombra, lontano dalla folla, che si avvicina a qualcuno semplicemente per parlare, per capire un altro pezzo di umanità.
No, non ho alcuna pretesa di conoscere Fabrizio. E’ solo che a me piace immaginarlo così.

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~ di Gray su marzo 13, 2010.

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