Bush, Obama e l’Afghanistan

Premesso che non sono ne un esperto di politica internazionale ne di strategia militare, volevo scrivere una riflessione sulla situzione afghana. Il Nobel a Obama per la pace di qualche giorno fa è sembrato in “leggero” contrasto con la sua recente scelta di invare alcune decine di migliaia di soldati in più in Afghanistan. Il gesto è stato da molti interpretato come un’analogia con la politica di Bush ma secondo me è un interpretazione un po’ semplicistica.

Ovviamente tutto il discorso “Guerra in Afhanistan” può essere analizzato, dalle sue cause alle sue conseguenze, a diversi livelli con più o meno dietrologie. Non volendo divagare cercherò di concentrarmi sul punto della mia riflessione, che è il seguente: dato un obiettivo strategico e disponendo di sufficienti risorse, le forze stanziate per raggiungerlo non vanno stabilite in base a preconcetti morali o all’importanza dell’obiettivo ma in base alle effettive necessità che l’obiettivo comporta.Esempio: una volta dovevo sostenere un esame che, sulla carta, valeva pochissimo (solo 4 crediti). Tuttavia è stato il mio esame più difficile: se il mio impegno fosse stato proporzionale al suo valore, non l’avrei mai passato. Ho dovuto studiare quanto serviva.

Quindi, tornando alla nostra situazione, se l’obiettivo (almeno in teoria) è stabilizzare l’Afghanistan allora bisogna inviare tutte le truppe che servono. Non farlo o ritirare truppe renderà impossibile raggiungere l’obiettivo e, probabilmente, aumenterà le perdite. Soltanto l’uso di tutte le forze necessarie può permettere la riuscita della missione e, quindi, il ritiro completo. Nel dire questo sto dando per vero che dietro l’invio dei rinforzi ci sia un piano preciso che, come ha promesso Obama, porterà al ritiro delle truppe a partire da luglio 2011. E io ci credo abbastanza, un po’ per la fiducia ho in Obama e un po’ perché un eventuale raggiungimento dell’obiettivo con annesso ritiro completo nel 2012 sarebbe un ottimo cavallo di battaglia per le elezioni presidenziali che si terranno in quell’anno (vale anche il contrario: il fallimento sarebbe elettoralmente disastroso). Al contrario, sotto Bush, non si voleva neanche sentir parlare di “Exit Strategy” e di ritiro. La differenza quindi è sostanziale.

Si può, ovviamente, discutere sulla legittimità dell’obiettivo. Si può mettere in discussione la scelta fatta di invadere l’Afghanistan ma comunque bisogna tenere conto della reale situazione presente per decidere cosa fare in futuro. Sembra che molto pacifisti vogliano che i soldati tornino a casa, dall’oggi al domani. Per quanto mi riguarda penso che sia ovvio il fatto che un ritiro “tout-cour” sia logisticamente impossibile, a meno di non subire enormi perdite. Il ritiro sarebbe quindi invitabilmente seguito da un’escalation di violenze e ritorsioni sui civili da parte dei talebani fino ad una probabile restaurazione del loro regime. Il che non mi sembra la soluzione migliore. Io penso che ormai siamo in ballo e bisogna ballare come si deve, affinché si possa tornare a casa con la coscienza a posto. Altrimenti potremmo tornare a casa oggi e, tra 10 anni, ascoltare gli stessi pacifisti che parlano di crisi umanitaria e diritti civili negati a causa dei Talebani in Afghanistan.

PS
Aggiungo alla sezione “Nostradamus” qui a destra la previsione sul ritiro completo (o almeno del grosso delle truppe) nel 2012!

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~ di Gray su dicembre 11, 2009.

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