Perché l’università?

Questa domanda è più volte rimbalzata tra i media nei giorni passati. E’ singolare che a porla spesso fosse proprio il Ministro dell’Università (tra le altre cose) ovvero Mariastella Gelmini. Perché il mondo universitario è in agitazione? Dopotutto la riforma Gelmini, tanto contestata nella scuola primaria, non tocca l’università, come ha più volte sostenuto la Ministro. Vero ma la Gelmini non può fare finta di non sapere che l’università non è in agitazione per la riforma della scuola primaria. Per coloro che non lo sapessero cercherò di spiegarlo brevemente: la protesta riguarda non il famoso decreto 137 sulla scuola primaria ma il decreto 133, approvato il 6 agosto scorso (il giorno prima della chiusura delle camere). Il cadere dalle nuvole del Ministro o è indice di idiozia o di una presa per il sedere. Cosa dice il decreto 133? Lo trovate integralmente qui. Vi riporto qualche estratto significativo:

Legge 6 agosto 2008, n. 133

“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”

Art. 16. Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università

Comma 1. In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. […]

Art. 66. Turn over

Comma 13. […] il fondo per il finanziamento ordinario delle università, e’ ridotta di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.

In breve: tagli per circa 1,5 miliardi di euro e si introduce la possibilità per gli atenei di diventare fondazioni private. Le motivazioni e gli obiettivi forniti da chi ha presentato e difende il decreto sono principalmente tre: la crisi finanziara che impone i tagli, la riduzione degli sprechi e l’abbattimento del regime dei baroni.
Che gli obiettivi annunciati siano nobili e necessari è fuor di dubbio. Parecchio dubbio è invece, a mio avviso, che abbiano realmente a che fare con le motivazioni che hanno portato al decreto. Vi spiego perché: cominciamo dalla motivazione “crisi”. Come ho già detto il decreto è stato proposto il 25 giugno (verosimilmente era stato preparato almeno un mese prima di quella data) e a quell’epoca della crisi finanziaria non ne aveva parlato nessuno (tranne Beppe Grillo ma credo di poter supporre che non sia un consulente di questo governo). Quindi la congiuntura economica non c’entra.
Passiamo oltre: sprechi. Credo che l’università italiana sia perfettibile e che gli sprechi ci siano e vadano ridotti al minimo. Tuttavia è necessario al tempo stesso salvaguardare ed incoraggiare gli esempi virtuosi, che pure sono numerosi, soprattutto in campo scientifico (una laurea scientifica italiana è tra le più spendibili all’estero). Anche la maggioranza si è gingillata spesso con parole “meritocrazia” e “premi per l’eccellenza”. Quindi di più ai buoni e meno ai cattivi è un punto d’incontro. Allora perché tagliano i fondi A TUTTI INDISTINTAMENTE? Il decreto infatti non indica alcun principio meritocratico in base al quale operare i tagli. Anche la lotta agli sprechi risulta poco credibile.
Il culmine però, a mio avviso, viene raggiunto quando si parla dei baroni. Premetto che non si capisce per quale motivo centinaia di migliaia di studenti in tutta Italia dovrebbero scendere in piazza a proteggere i baroni. Detto questo vi proporrei un esperimento ideale: immaginate di avere un docente universitario “normale” da una parte e un “barone” dall’altra. Per barone si intende un professore che ha una certa quantità di potere che gli proviene principalmente dagli agganci accademici e politici. Se tagliamo i fondi a entrambi allo stesso modo, quale dei due vi aspettate che “sopravvviva”? Ovviamente sarà il nostro professore normale ad avere più problemi. Anche per la lotta ai baroni tagliare indiscriminatamente non sembra essere una strategia intelligente.
Le tre motivazioni paventate risultano non pertinenti. Se realmente si volesse combattere sprechi e baroni ci sarebbe bisogno di istituire delle commissioni di controllo serie, cosa che richiede tempo e soprattutto un coraggio politico che Berlusconi (ma forse neanche Veltroni) avrebbero mai. Dalla legge invece emerge con chiarezza la necessità e l’urgenza di TOGLIERE RISORSE ALL’UNIVERSITA’ PUBBLICA. Tuttavia questa conclusione è superficiale. Guardando oltre, ed in particolare all’articolo 16 del testo, si può scorgere quello che secondo me è il vero obiettivo: LA TRASFORMAZIONE DELLE UNIVERSITA’ DA PUBBLICHE IN PRIVATE. E molte università intraprenderanno questa strada, costrette dai tagli. Potrebbe essere la fine dell’università pubblica a favore di quella privata. E che conseguenze avrà questo? L’unico lato positivo sarà il risparmio per la finanza pubblica. Gli aspetti nefasti però sono superiori per quantità e qualità. In primis abbiamo la scomparsa del diritto allo studio: le tasse delle università private saranno ovviamente più alte (in America sono di diverse decine di migliaia di dollari). Il secondo lato negativo è il probabile condizionamento che i finanziatori privati eserciteranno sulla didattica, a livello contenutistico ed etico. Una università cattolica ovviamente imporrà questo punto di vista agli studenti, una università finanziata dalla Fiat finanzierà solo un certo tipo di didattica e di ricerca. Quindi questo porterà di fatto alla fine della ricerca di base.

Anche con questa profondità di visione rischia di sfuggire qualcosa di importante. Questo piano di distruzione dell’istruzione pubblica potrebbe essere parte di qualcosa di più grande. Tuttavia mi sono dilungato troppo e non voglio annoiarvi oltre. Tanto più che l’ipotesi di cui parlo è stata spiegata molto meglio di quanto potrei fare io da Piero Calamandrei quasi 60 anni fa. La trovate qui, nelle citazioni alla fine della pagina. Invito tutti alla lettura e soprattutto ad una attenta riflessione.

Comunque al di là di tutte le analisi che si possono fare, nel concreto, nei prossimi anni, succederà una cosa molto semplice: aumenteranno le tasse universitarie. All’università “Sapienza” di Roma è stata valutata, dal Senato Accademico, la possibilità di triplicarle. E questo tocca davvero tutti quelli che hanno intenzione di andare all’università, ed ha effetto immediato. Inoltre il decreto introduce anche altre importanti novità come la sospensione a tempo indeterminato della SISS (la scuola per la formazione degli insegnanti) e la riduzione del turn-over dei docenti universitari al 20% (contrariamente alle dichiarazioni della Gelmini e di Berlusconi che auspicavano ad una classe docente più giovane: com’è possibile se non si assume?).

E’ per tutti questi motivi che noi studenti insieme ai docenti, ai dottorandi e ai ricercatori universitari di tutta Italia stiamo protestando. Chiedo a voi tutti cosa ne pensate.

E vi chiedo anche un piccolo favore: non etichettate le centinaia di migliaia di persone che protestano e lottano civilmente in tutto il paese con quella ventina di persone che si è data alla violenza gratuita.

PS

Aggiungo questo link ad un articolo di Curzio Maltese, che racconta i fatti di piazza Navona. Quello che sta succedendo è abberrante.

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~ di Gray su ottobre 30, 2008.

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